lunedì 9 marzo 2026

Cruzando fronteiras: quando l’educazione diventa incontro. Report finale esperienze di GloCal Service-Learning di Mariasole Raffaelli, Pietro Pozzebon e Vittoria Casanova - UNIPD.

Durante l'uscita d'equipe, 21 novembre 2025 - Chapada Diamantina, Bahia, Brasile.

INTEREURISLAND

Intereurisland è il nome del programma che ci ha portati in Brasile, ma con il tempo ha smesso di essere soltanto un programma di mobilità internazionale. È diventato uno spazio di trasformazione. Intereurisland è stato l’inizio di un percorso che ci ha tolto dai contesti conosciuti per portarci dentro realtà educative estreme, dove la fragilità non è un concetto teorico ma una presenza quotidiana.

Weekend formativo in Bivacco Valoon Scur - fromazione pre-partenza

Brindisi per la vincita
delle borse di studio
L’esperienza si è inserita all’interno di una prospettiva di glocal service learning: un apprendimento che nasce dall’incontro tra dimensione globale e realtà locale, tra conoscenze teoriche e servizio concreto alla comunità.

Non siamo partiti semplicemente per “fare esperienza”, ma per imparare attraverso una relazione reale con i contesti, con le persone, con i bisogni incontrati. Questo ha reso l’apprendimento vivo, incarnato, impossibile da separare dalle emozioni e dalle domande che emergevano ogni giorno.

Siamo partiti con idee, strumenti, teorie apprese all’università. Siamo arrivati e abbiamo capito subito che non bastavano. Il GloCal Service-Learning ci ha insegnato che la conoscenza non è qualcosa che si applica dall’alto, ma qualcosa che si costruisce nell’incontro. Abbiamo dovuto osservare prima di agire, ascoltare prima di proporre, comprendere prima di intervenire. In contesti in cui la figura dell’educatore non esiste formalmente, abbiamo imparato che il servizio non significa “portare soluzioni”, ma mettersi in relazione, riconoscere le risorse già presenti e contribuire con rispetto e umiltà.

Intereurisland ci ha insegnato che l’incontro con l’altro non è mai neutro: ti cambia, ti mette in discussione, ti obbliga a guardarti dentro. Non è stato un viaggio “comodo”, ma un viaggio necessario. In quel contesto, lontani dalla nostra lingua e dalla nostra cultura, abbiamo dovuto imparare a stare nei limiti, a riconoscere la nostra inesperienza, a lasciarci educare noi per primi.

Prima volta in terra Brasiliana: arrivo a Petrolina, il 17 agosto 2025.

Intereurisland è stato anche il luogo della vulnerabilità: sentirsi impreparati, sbagliare, non capire tutto, ma continuare comunque ad esserci. Abbiamo compreso che la competenza educativa non nasce dal sapere perfetto, ma dalla disponibilità a mettersi in gioco, a restare in relazione anche quando non ci si sente sicuri. In questo senso, Intereurisland non è stato solo l’inizio di un tirocinio, ma l’inizio di una trasformazione personale che continuerà nel tempo.

Visite agli enti partner in Petrolina e Juazeiro

RESILIENZA

La resilienza è quella che abbiamo visto negli occhi e nei gesti dei nostri bambini e ragazzi a tirocinio, ma anche quella che abbiamo vissuto noi in prima persona durante tutta questa esperienza. 

Entrare in un carcere minorile significa fare i conti con una realtà complessa, spesso giudicata dall’esterno. Ma dietro ogni reato c’era un ragazzo e dietro ogni ragazzo, una storia. La loro resilienza l’abbiamo vista nel modo in cui partecipavano a un laboratorio, nella capacità di ridere nonostante tutto, nel coraggio che qualcuno di loro aveva nel raccontare qualcosa di sé. Abbiamo capito che la resilienza non è una qualità straordinaria riservata a pochi, ma una possibilità umana che emerge quando qualcuno offre uno spazio sicuro in cui esistere.

Attività di conoscenza della cultura italiana al carcere minorile di prima accoglienza (FUNASE CENIP) di Petrolina, 18 ottobre 2025

Nella casa di accoglienza per minori vittime di violenza la resilienza non era “andare avanti” come se nulla fosse, ma imparare di nuovo a fidarsi. Era accettare una carezza senza irrigidirsi, tollerare la vicinanza, trovare il coraggio di dare un abbraccio per primi. Era permettersi di essere bambini, dopo essere stati costretti troppo presto a diventare grandi.

Attività con bambini vittime di violenza, Juazeiro, 16 dicembre 2025.

Essere tre studenti in un contesto culturalmente diverso, emotivamente intenso, a volte destabilizzante, ci ha messi alla prova. La resilienza, per noi, è stata continuare a dare un senso a ciò che vivevamo ogni giorno. Fare spazio alle storie ascoltate senza farci travolgere, imparare a regolare le emozioni, trasformare l’impatto emotivo in crescita professionale. Abbiamo capito che la resilienza è restare umani dentro la complessità, è continuare a credere nell’educazione come possibilità di cambiamento anche quando la realtà sembra contraddirlo.

ACCOGLIENZA

Incontro informativo sul programma Intereurisland e sul Corso di Laurea in Scienze dell'Educazione, all'Università del Pernambuco (UPE), 3 dicembre 2025

Accogliere è fare spazio, significa offrire un posto dove essere. Nei nostri tirocini abbiamo capito che l’accoglienza non è solo una postura educativa, ma una scelta etica. Accogliere è sospendere il giudizio, guardare oltre il reato, vedere oltre la ferita e riconoscere la persona prima della storia che porta. Talvolta consiste anche nell’accettare di non avere tutte le risposte, ma di restare comunque presenti.

Presentazione del programma di scambi fra Italia e Brasile al DCH III dell'Università dello Stato della Bahia (UNEB), anche con studenti brasiliani che sono stati in Italia, 17 ottobre 2025. 

Fondamentale per la nostra esperienza è stata anche l’accoglienza che abbiamo sperimentato sulla nostra pelle. Essere stranieri ci ha resi, per la prima volta, nella posizione di chi ha bisogno di essere accolto. E l’abbiamo trovata nei sorrisi spontanei, negli abbracci immediati, nelle voci alte e nel calore umano tipico della cultura brasiliana che abbiamo incontrato nel contesto che ci ha accolti. L’abbiamo trovata nell’equipe dei nostri enti, nella signora che vendeva frutta al mercato che ci serviva sempre con un sorriso, nei ragazzi a cui abbiamo fatto il corso di italiano con i quali ancora adesso ci sentiamo, nei nostri padroni di casa che non ci hanno mai fatto mancare nulla nonostante non ci conoscessero. Questa reciprocità ci ha insegnato che l’accoglienza non è mai a senso unico: si riceve e si restituisce continuamente.

Corso di lingua e cultura italiane 2026.2, all'Università Federale (UNIVASF)

SPERANZA

Speranza è una parola fragile, soprattutto in certi contesti. Eppure era presente, spesso in modo discreto. La speranza si manifestava nei piccoli cambiamenti, nelle attività educative che aprivano spazi di espressione, nei momenti di normalità: una risata, un gioco, una conversazione che non parlava solo di problemi.

Nei luoghi di detenzione e nelle case di accoglienza, la speranza prende forma quando qualcuno crede che tu possa essere diverso da ciò che sei stato fino a quel momento. Quando qualcuno investe tempo su di te. Quando qualcuno ti guarda come persona e non come caso.

Abbiamo capito che il compito educativo è custodire questa possibilità, anche quando sembra minuscola, anche quando i risultati non sono immediatamente visibili. La speranza è un atto relazionale: nasce nell’incontro tra chi attraversa una difficoltà e chi sceglie di non arrendersi alla definizione che quella difficoltà sembra imporre. Per noi, speranza è diventata la capacità di restare aperte al futuro, senza illusioni ma senza cinismo.

IMPARARE

Imparare è stata la dimensione più costante di questi cinque mesi. Abbiamo imparato un’altra lingua, ma soprattutto un altro modo di guardare le persone. Abbiamo imparato che dietro ogni comportamento difficile c’è un bisogno che non trova parole. Che la relazione è lo strumento principale del lavoro educativo. In un contesto in cui la figura dell’educatore in contesti extrascolastici non esisteva formalmente, abbiamo dovuto reinventarci. Questo ci ha costretti a interrogarci continuamente su chi fossimo come professionisti: quali confini avere, quale ruolo assumere, come essere utili senza sovrapporci agli altri operatori. Abbiamo scoperto che l’identità professionale non è qualcosa di dato, ma qualcosa che si costruisce nell’esperienza.

Incontro sul valore degli scambi interculturali con Isidora Zanon (equipe 2015) alla UNIVASF.

Abbiamo imparato che l’educazione non è fatta di grandi gesti, ma di presenza quotidiana, di coerenza, di piccoli segni di affidabilità. Abbiamo imparato a non avere fretta, a rispettare i tempi dell’altro, a non forzare i cambiamenti. E abbiamo imparato anche su di noi: sulle nostre reazioni, sulle nostre paure, sulla nostra idea di giustizia, sulla nostra visione del mondo. Il Brasile ci ha insegnato che la formazione non passa solo dai libri, ma dalle esperienze che ti mettono in crisi e ti obbligano a scegliere che tipo di professionista e che tipo di persona vuoi diventare.

Uscita d'equipe a Lençóis, Chapada Diamantina, novembre 2025

LEGAMI

Festa finale con pizzata al carcere minorile di prima accoglienza FUNASE CENIP, 20 dicembre 2025

Legami è forse la parola che racchiude tutte le altre. I legami costruiti tra di noi, che abbiamo condiviso paure, stanchezza, entusiasmo e domande. I legami con i ragazzi e le ragazze incontrati lungo il cammino, brevi ma intensi, fatti di tempo, ascolto e presenza. I legami con un Paese che ci ha messo davanti alla sua bellezza e alle sue ferite.

Festa finale del corso di lingua e cultura italiane, con pizzata e musica, 18 novembre 2025.

Sono legami che non si chiudono con il ritorno a casa. Ci portiamo dietro i volti, le storie, le parole ascoltate. Ci portiamo dietro un modo diverso di guardare la marginalità, la devianza, la sofferenza. Questa esperienza ci ha lasciato una responsabilità: non dimenticare, non semplificare, non voltare lo sguardo altrove.

Uscita culturale in visita al Campus di Senhor do Bonfim, con studenti e docenti del PPGESA, DCH III, UNEB.

I legami costruiti qui continuano a vivere nelle scelte che faremo, nel modo in cui interpreteremo il nostro futuro professionale e umano. Perché i legami veri non finiscono quando si conclude un’esperienza: diventano parte di noi, del nostro modo di stare nel mondo. E forse il dono più grande di questo percorso è proprio questo: aver capito che l’educazione nasce sempre da una relazione e che ogni relazione, se autentica, lascia una traccia che continua nel tempo.

Ultimo saluto ai nostri amici, 21 dicembre 2025

Prime partenze, 28 dicembre 2025. 

Ultimo giorno in Brasile e saluto a Nicola che ci ha accompagnati dall'inizio alla fine del nostro percorso, 14 gennaio 2026.

Mariasole Raffaelli, Pietro Pozzebon e Vittoria Casanova, Corso di Laurea triennale in Scienze dell'Educazione, Campus di Rovigo, FISPPA, Università di Padova (UNIPD).

sabato 24 gennaio 2026

Report finale Lucia Meroni - equipe Bea&Intereurisland 2023

 BLOG PERSONALE PERSONALISSIMO – Lucia 2023

Pensando alla mia esperienza con il progetto BEA ne esco confusa, quindi prenderò la scrittura di questo report come pretesto per elaborare un po'. Un'occasione per aggiungere un mattoncino in più nella narrazione di questi mesi in Brasile.

Ho un po' di resistenza a riprendere in mano le sensazioni e le emozioni provate durante gli inizi, ma ci proverò.

La mia scelta di partire per il Brasile, avvenuta a novembre 2022, era caratterizzata, come molte mie scelte, da due componenti: incoscienza (che un po' ci vuole sempre) e fretta (che forse ho avuto fin troppo). Quando ho scovato l'opportunità di svolgere il tirocinio post-laurea in un contesto come quello che ho vissuto (Pastoral da Mulher) ero entusiasta, soddisfatta e ciò mi ha spinta a sottovalutare l'entità di tutto quello che avrebbe circondato questo punto che era per me focale.

Nel momento della partenza il mio pensiero era uno: "non è il momento adatto". Vorrei dire che all'arrivo questo pensiero è mutato perché travolto dalla bellezza e autenticità del luogo, ma non è così. Questo pensiero è stato leitmotiv del primo impatto, della fase di adattamento e di buona parte del vissuto. Ciò non mi precludeva di sentirmi bene, di godere dei piaceri che un cambiamento così porta con sé. Ma forse, per la prima volta nella vita, mi ha portata a tenermi un po' fuori. Non catapultarmi nel contesto  stracolmo di nuove essenze, nuovi modi e potenziali legami eterni.

Non buttandomi a capofitto, sono rimasta nel ruolo di osservatrice. L'esperienza in Brasile non era per me la prima all'estero, in posti anche magari remoti e connotati da caratteristiche atipiche. Quindi ho sofferto molto il fatto di non riuscire a buttarmici a capofitto, soprattutto conoscendo la gioia intrinseca all'abbandono di un sé già conosciuto per la scoperta di angoli più remoti della nostra persona.

A volte mi sono buttata e ho trovato un ambiente pronto ad accoglierli, a darmi tantissimo e dove potevo contribuire molto. Ma alla fine tornavo a casa e mi rimettevo a mio agio, protetta da una sottile linea di distacco tra me e la realtà. Perché fare quel passo mi richiedeva tante energie. Energie che non avevo tutto il tempo, per tutti gli spazi che frequentavo e per tutte le persone che incontravo.

Questo distacco io l'ho vissuto a lungo come una sconfitta e ho tentato di vincere questa sfida in vari modi, ma principalmente cercando di ricreare una routine il più possibile rappresentativa, per raccogliere nel quotidiano l'energia necessaria per godere dello straordinario. Di fatto, mi sono più volte scontrata con la realtà che non era proprio la migliore per attuare le mie pratiche quotidiane.

E allora tenta, sbatti e cadi; tenta, sbatti e cadi. Dopo aver ripetuto questo processo per un po' , rincorrendo i miei interessi che si facevano via via più lontani e estranei da me, mi sono arresa.

Mi sono arresa davanti all'evidenza: questa è l'energia che ho, questi sono i miei limiti e questi sono i limiti di questo contesto. E ho cercato di conoscere il mio nuovo ruolo di osservatrice.

Da quel punto ho apprezzato ogni giorno di più il luogo dove ero. Guardavo attorno a me e la soddisfazione arrivava solo da questo. Non dovevo buttarmi a capofitto, potevo anche planare leggera. Stendermi e farmi guidare dalle correnti, adattandomi meglio ai cambi di direzione e prendendomi il tempo per capire come stavo in un luogo prima di capire come viverlo.

Questo racconto può essere letto con una leggera nostalgia o forse anche un velo grigio di tristezza. Mentre lo scrivo, sono proprio contenta di aver effettivamente provato quella nostalgia e vissuto con un po' di tristezza, perché ho forse effettivamente imparato che va bene così. Non tutte le esperienze possono essere imperdibili e indimenticabili, alcune ti aiutano solo a capire che forse se senti che non era il momento, comunque puoi prenderti il tempo per imparare un nuovo ritmo.

So che questo blog è un po’ atipico, si discosta dalla forse più classica narrazione che racconta difficoltà iniziali, adattamento, scoperta, gioia di conoscere e di nuovo tristezza nell’andare. In realtà, come molte persone prima di me, anche io ho attraversato tutte queste fasi. Volevo però mettere un po’ in risalto anche il fatto che tutto questo mi ha richiesto energia, fatica. Lasciare forse una rappresentazione un po’ diversa di come si può vivere l’esperienza, per non pensare di essere soli nei momenti di sconforto.

Lucia Meroni, stage professionalizzante post lauream UNIPD, equipe Bea&Intereurisland 2023.